Il talento di ricominciare dopo i 50 senza ripartire da zero

Il talento di ricominciare dopo i 50 senza ripartire da zero
Irene ed io.

Ci sono parole che, a forza di essere usate bene, male, troppo, finiscono per consumarsi. “Talento” è una di quelle. Suona bene, rassicura, mette ordine: sembra indicare qualcosa di nitido, quasi anatomico, un dono preciso, una capacità naturale, un frammento di destino ben confezionato che uno si porta dentro e che prima o poi dovrebbe semplicemente riconoscere. Ma la vita, com’è noto, ha il pessimo gusto di non somigliare ai dépliant motivazionali. E così accade che il talento, più che in ciò che sai fare bene quando tutto fila, si riveli in ciò che continui a fare quando le cose cambiano, si rompono, si complicano, ti costringono a rivedere il lessico con cui ti raccontavi.

Di questo ho parlato con Irene La Rosa nella puntata di Drive Your Talent by Talenduck intitolata Il talento di ricominciare dopo i 50 senza ripartire da zero. Un titolo che mi è piaciuto subito, perché ha il pregio raro di non mentire. Dopo i cinquanta si ricomincia davvero, talvolta per scelta, talvolta perché la realtà ti prende per il bavero e ti sposta lei, ma non si riparte mai da zero. Lo zero è una fantasia geometrica, forse utile nei bilanci, certamente falsa nelle biografie. Quando ricominci a questa età, ti porti dietro tutto: il lavoro fatto, quello perduto, le aziende costruite, gli errori che avresti voluto evitare e quelli che, a distanza di anni, ti accorgi essere stati maestri severi ma onesti. Ti porti dietro le intuizioni, le stanchezze, le persone che hai guidato, quelle che ti hanno tradito, quelle che hai deluso, quelle che ti hanno sorpreso. E soprattutto ti porti addosso il mestiere, che non è una voce del curriculum ma una forma di conoscenza incarnata, una memoria delle mani e della testa.

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A vent’anni si ha davanti il privilegio dell’inesperienza, che è una specie di grazia naturale: si può partire leggeri, con poco bagaglio e molta illusione, e in molti casi va bene così, perché l’illusione è un combustibile rozzo ma efficace. Più avanti, invece, si procede diversamente. Non si è più leggeri, ma si è più veri. Si sa che ogni scelta ha un prezzo, che ogni progetto è anche una rinuncia, che l’entusiasmo senza struttura è solo una forma elegante della confusione, e che perfino il fallimento, quando lo hai attraversato abbastanza volte da riconoscerne l’odore, smette di essere un mostro e diventa materia di lavoro. Credo che uno dei pochi vantaggi seri dell’età sia proprio questo: non l’avere finalmente capito tutto, che sarebbe ridicolo, ma l’aver imparato a distinguere le cose che meritano energia da quelle che reclamano soltanto attenzione.

Nel mio caso, se proprio devo trovare un filo che tenga insieme gli anni, quel filo è il costruire. Ho costruito software, prodotti, aziende, visioni forse premature e forse semplicemente sbagliate, e ogni volta ho scoperto che il punto non era mai soltanto l’oggetto finale, ma il processo con cui lo si rendeva possibile: capire il problema vero, togliere il superfluo, immaginare un sistema, mettere intorno le persone giuste, e poi insistere fino a vedere emergere una forma dal rumore. Ho iniziato a scrivere codice quando l’intelligenza artificiale era ancora, per molti, un capitolo di fantascienza o una curiosità per specialisti, e continuo a farlo oggi, mentre c’è chi crede che basti nominare l’AI in una riunione per poter dire di avere un prodotto. In mezzo c’è stato tutto: la tecnica, l’impresa, i ruoli, i cambi di pelle, le occasioni colte, quelle mancate, e l’ostinata sensazione che, nonostante tutto, ci sia ancora qualcosa di interessante da edificare.

Ecco perché l’idea del “ricominciare” non mi appare come una regressione, né come un dramma, né tantomeno come una posa eroica. Mi sembra piuttosto un lavoro di carpenteria interiore. Si tratta di prendere i pezzi rimasti, ma anche quelli nuovi, e capire come farne una struttura migliore. Non si butta via tutto per il gusto infantile della tabula rasa, perché la tabula rasa è spesso un lusso degli sprovveduti. Si seleziona, si alleggerisce, si conserva ciò che conta, si lascia cadere il resto, e si riprende a progettare. È un movimento molto concreto, quasi fisico. Somiglia meno a uno slancio romantico e più a un’officina: odore di ferro, disordine apparente, strumenti non sempre graziosi, ma mani che sanno dove andare. Forse è proprio questa la differenza fondamentale: da giovani si tende a inseguire l’idea di sé; più avanti, se si è fortunati e se si è sofferto il giusto, si comincia finalmente a lavorare su ciò che si è davvero.

La conversazione con Irene mi ha dato proprio questo: non la vetrina, che è la cosa meno interessante del mondo, ma l’occasione di fermarmi a guardare il percorso con un minimo di sincerità. E quando ci si guarda davvero, senza trucco narrativo, ci si accorge che la continuità di una vita non sta nell’assenza di rotture, ma nella fedeltà ad alcune spinte profonde. Io, per esempio, continuo a essere attratto dai problemi difficili, dai sistemi che sembrano troppo complessi per essere domati, dalle cose che gli altri liquidano come improbabili o sconvenienti. Continuo ad avere un rapporto quasi artigianale con il fare: smontare, capire, ridisegnare, rimettere insieme. Continuo a preferire il coordinamento al controllo, la sostanza alla liturgia, la costruzione al commento. Se c’è un talento, ammesso che la parola abbia ancora un senso, forse sta lì: non in una dote da esibire, ma in una fedeltà ostinata a una certa maniera di stare nel mondo e nel lavoro.

Per questo il punto, dopo i cinquanta, non è dimostrare di essere ancora giovani, che è una sciocchezza malinconica, né recitare la parte del saggio, che spesso è solo vanità con meno capelli. Il punto è restare vivi intellettualmente, moralmente, progettualmente. Conservare la curiosità, che è la sola giovinezza di cui mi fidi. Continuare a studiare, a cambiare idea quando serve, a vedere connessioni dove altri vedono compartimenti stagni, a mettersi in discussione senza per questo dissolversi. C’è una differenza enorme tra il ricominciare perché si è perduto tutto e il ricominciare perché si è capito che ciò che si è accumulato ha valore solo se continua a generare movimento. Io credo in questa seconda possibilità. Credo che la somma delle esperienze, perfino delle più amare, possa diventare una piattaforma e non un peso, una spinta e non un archivio.

Perciò sì, sono grato a Irene La Rosa per questa conversazione e per la qualità del modo in cui l’ha condotta, senza fretta, senza formule prefabbricate, lasciando che il discorso prendesse la sua strada vera. E sono grato anche al titolo della puntata, che dice una cosa semplice e importante: che a una certa età non si ricomincia per cancellazione, ma per addizione; non per amnesia, ma per consapevolezza; non per ingenuità, ma per scelta. Si torna in cammino non nonostante il passato, ma con il passato. E se si ha ancora voglia di fare, di rischiare, di costruire, di immaginare, allora forse non si sta affatto tornando indietro. Si sta solo andando avanti con più attrezzi.

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