Press

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Non ho mai cercato la visibilità come obiettivo.
La visibilità, quando diventa un fine, altera il gesto. Lo rende più prudente, più accomodante, più preoccupato di piacere che di dire qualcosa di vero. Io lavoro al contrario: faccio, studio, costruisco, penso. E poi, ogni tanto, qualcuno guarda dentro e chiede di parlare.

Le interviste, i podcast, gli interventi pubblici non sono per me occasioni di esposizione personale. Sono momenti di verifica. Un controllo di tenuta. Servono a capire se ciò che faccio, ciò che penso, ciò che costruisco regge anche quando viene estratto dal suo contesto naturale e messo sotto una luce diversa. La luce non sempre è gentile. Ed è giusto così.

Quando accetto di parlare in pubblico non è per raccontare una carriera, ma per condividere una posizione. Una postura mentale. Un modo di stare dentro la tecnologia, la creatività, i sistemi complessi senza farsi divorare dall’entusiasmo o dalla paura. Parlo quando penso che il confronto possa essere utile. A me, prima ancora che a chi ascolta.

C’è un equivoco diffuso sull’idea di “apparizione pubblica”. Si pensa che serva a convincere, a promuovere, a semplificare. Io la uso per il contrario: per complicare bene. Per introdurre dubbi dove c’è certezza facile. Per rallentare dove tutto corre. Per ricordare che dietro ogni sistema, ogni prodotto, ogni algoritmo, ci sono decisioni umane e quindi responsabilità umane.

In questi contesti non porto risposte pronte. Porto domande ben formulate. Porto esperienze vissute, errori, tentativi riusciti e tentativi falliti. Porto una visione che non nasce per piacere, ma per funzionare nel tempo. Se qualcuno ne esce rassicurato, bene. Se qualcuno ne esce inquieto, altrettanto bene. L’importante è che ne esca meno distratto.

Il rapporto con i media, per me, è sempre stato un rapporto di misura. Non accumulo presenze. Non inseguo occasioni. Preferisco pochi interventi, ma situati. Luoghi in cui il dialogo è possibile. Spazi dove si può andare a fondo senza dover ridurre tutto a slogan. Quando questo non è possibile, passo oltre. Il silenzio, spesso, è più onesto.

Questa sezione non è una celebrazione. È un archivio. Una traccia lasciata nel tempo. Qui trovi momenti in cui il lavoro che normalmente resta dietro le quinte ha incontrato una voce esterna: una domanda, una redazione, un pubblico. Ogni voce qui raccolta è una conversazione, non una performance.

Se c’è una poetica comune a questi interventi, è la stessa che guida tutto il resto: la ricerca di chiarezza senza semplificazione, di profondità senza enfasi, di visione senza propaganda. Parlare in pubblico, per me, è un’estensione del lavoro, non una parentesi narcisistica. È un altro modo di testare le idee, di metterle alla prova dell’ascolto.

Qui troverai interviste, conversazioni, apparizioni. Non sono ordinate per importanza, ma per tempo. Perché il tempo è l’unico criterio onesto. Le idee cambiano, si affinano, a volte si contraddicono. È giusto che resti traccia anche di questo. Non per coerenza apparente, ma per fedeltà al percorso.

Se sei arrivato qui aspettandoti un palcoscenico, potresti restare deluso.
Se sei arrivato qui per ascoltare un dialogo aperto, forse troverai qualcosa che vale il tuo tempo.

Il resto è rumore.

Vuoi parlare con me?