Ma il furore dei nostri sguardi

Ma il furore dei nostri sguardi

Nel 2000 avevo trent’anni e vivevo a Bologna. Non la Bologna levigata e cartolinata di oggi, ma una città più ruvida, più laterale, attraversata da un’energia irregolare, dove si poteva ancora fare poesia senza chiedere permesso e cinema senza chiedere scusa. Facevo il poeta e il montatore cinematografico, due mestieri che allora non sembravano in contraddizione: entrambi avevano a che fare con il ritmo, con il taglio, con ciò che resta quando togli il superfluo.

In quegli anni il Teatro del Guerriero mi adottò artisticamente, come succede solo in certi luoghi e in certi momenti storici: non con contratti o promesse, ma con fiducia, spazio e ascolto. Io ricambiai come si ricambia quando non hai molto altro da dare se non te stesso, spendendomi fino in fondo per un film che non era solo un progetto, ma un atto di poesia e di amore.

Quel film era Ma il furore dei nostri sguardi, diretto da Loredana Alberti. Un’opera nata prima del 2002, molto prima dell’uscita in sala, perché i film veri cominciano sempre prima di quando il pubblico li incontra. Cominciano nei corridoi freddi, nelle notti lunghe, nelle decisioni prese senza rete. Lavorare a quel film significò attraversare un periodo storico in cui fare cinema indipendente era un esercizio di resistenza fisica e morale. Non c’erano scorciatoie digitali, non c’erano piattaforme ad assorbire l’azzardo, non c’era l’illusione che bastasse “creare contenuti”. C’era il lavoro, il tempo, la fatica, e una visione che andava tenuta in vita giorno dopo giorno, come si tiene acceso un fuoco quando il vento gira.

Io non fui soltanto il montatore. Fui, per necessità più che per ambizione, una sorta di deus ex machina silenzioso della produzione: quello che risolve, collega, ripara, tiene insieme. Perché i film, soprattutto quelli nati fuori dalle grandi strutture, non si fanno solo con il talento, ma con una quantità di energia umana che oggi si fatica perfino a nominare. Fare un film, allora, voleva dire mettere il corpo dentro il progetto, accettare che l’opera ti attraversasse e ti consumasse un po’. Non c’era distinzione netta tra vita e lavoro, tra poesia e tecnica: il montaggio era scrittura, la scrittura era montaggio.

Trailer di "Ma il furore dei nostri sguardi" di Loredana Alberti, 2002.

Il trailer che resta oggi non è solo un frammento promozionale. È una traccia di quel tempo, di quella Bologna, di quell’età della vita in cui trent’anni non erano una soglia ma una combustione. Guardarlo significa tornare in un luogo dove l’arte non era una strategia, ma una necessità. Dove si facevano film non perché “conveniva”, ma perché non farli sarebbe stato un tradimento.

Questo è ciò che quel lavoro rappresenta ancora per me: non un titolo in una filmografia, ma la prova che, per un periodo, è stato possibile tenere insieme visione, fatica e amore senza separarli in compartimenti stagni. E che a volte, anche se il mondo cambia e le città si trasformano, quel furore negli sguardi resta come una linea interna, una misura, un modo di stare nelle cose che non passa.

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