La forma dei dati

La forma dei dati

Ho avuto una specie di epifania, non di quelle eleganti da libro, ma qualcosa di più grezzo, quasi fastidioso, mentre guardavo i bandi pubblici: stavano lì, sparsi e disordinati, accumulati senza intenzione apparente, poi a un certo punto si sono assembrati e, come quando fissi abbastanza a lungo una superficie e inizi a vedere figure che prima non c’erano, è emersa una pareidolia, e dentro quei dati ho iniziato a intravedere qualcosa.

All’inizio ho pensato che il problema fosse mio, come quando ti dicono che per ottenere il modulo giusto devi prima richiedere il modulo che certifica la necessità del modulo allo sportello accanto che apre il giovedì dispari; ho provato a capire, a cercare la riga che mancava, la chiave nascosta, la combinazione segreta, poi ho aperto il portale ANAC e mi sono trovato in corridoi che portano ad altri corridoi, porte numerate senza maniglia, istruzioni che rimandano a istruzioni che rimandano a istruzioni: lì è diventato chiaro che non era una questione di capacità, ma di forma.

I dati c’erano, tutto era formalmente disponibile, eppure la disponibilità non coincide con la comprensione: era come essere invitati in una stanza piena di libri senza ordine, senza indice, senza percorso, dove “è tutto qui” suona già come una rinuncia.

Poi è arrivato TED, più ordinato e più leggibile, quasi una caverna ben illuminata, eppure la logica restava la stessa: una massa di documenti davanti, interi greggi di pagine, e tu lì, come Ulisse davanti a Polifemo, a contare pecore e cercare un passaggio senza farti schiacciare; tutto è visibile, certo, ma visibile non vuol dire comprensibile, ed è proprio questa trasparenza che non nega nulla a non aiutarti a vedere.

Il problema, allora, non è l’accesso, è la forma, perché quando i dati non hanno una forma leggibile smettono di essere neutri, favoriscono chi ha tempo, strumenti, struttura, e penalizzano chi dovrebbe usarli per lavorare, così che la trasparenza diventa una parola elegante per dire arrangiati, una parola bellissima che proprio per questo si prova a svuotare in ogni modo possibile.

Vivo in Sicilia e qui certe dinamiche non hanno bisogno di molte spiegazioni: quando i dati sono accessibili ma non leggibili vincono sempre gli stessi, le mafie, le lobby, i potenti di turno, non perché i dati siano nascosti ma perché sono dispersi.

Ho fatto allora una cosa semplice, senza aggiungere niente e senza migliorare i dati, limitandomi a cambiare la forma e a metterli su una mappa, una mappa dell’Italia che è un gesto quasi banale e insieme una domanda implicita: davvero ci voleva tanto?

Quando i dati entrano nello spazio succede qualcosa, il “dove” smette di essere un attributo e diventa il centro, il “qui” prende il posto del “cerca”, e non stai più interrogando un archivio ma guardando un territorio; la mappa, in fondo, è un manifesto che dice semplicemente che si può fare così.

Quello che sto facendo non lo considero politico nel senso quotidiano della parola, eppure è profondamente legato a qualcosa che sta più in alto, quasi un’applicazione della Costituzione, perché una trasparenza reale, semplice, comprensibile ai più è una condizione di cittadinanza.

Nel frattempo ho scoperto una cosa scomoda: so molto meno di quanto pensassi, e ogni documento, ogni PDF, ogni XML è diventato una lezione, non tanto sui dati quanto su quanto sia facile sottovalutare la complessità del mondo quando la si guarda da lontano; più entravo, più capivo di essere all’inizio, e lì sono ancora, mentre Vistagare migliora ogni giorno da quello che imparo, si aggiusta, si corregge, cresce per piccoli spostamenti, come se stesse imparando insieme a me.

Questo è diventato parte del sistema, non una piattaforma che sa tutto ma una struttura che permette di imparare guardando, e non sparirà, non per previsione ma per testardaggine.

L’obiettivo non è soltanto costruire un prodotto, è provare a cambiare, anche di poco, il modo in cui guardiamo le cose, passare dal cercare al vedere, dal leggere al comprendere, e costruire lungo il percorso un’azienda diversa, umana, distribuita, senza tossicità, un luogo che non consumi chi lo costruisce.

Se questa cosa ti somiglia anche solo un poco, allora forse ci stiamo già incontrando: sto cercando compagni di viaggio, non per occupare sedie ma per inclinare traiettorie, persone che portino risorse, relazioni, capacità, insieme a una certa idea ostinata di come dovrebbero stare le cose, perché non serve essere d’accordo su tutto, serve voler guardare nella stessa direzione.

Ogni costruzione comincia da un gesto minuscolo, quasi invisibile, una linea tracciata dove prima c’era solo rumore, una forma che emerge senza chiedere permesso, ed è lì che accade qualcosa: non quando accumuliamo dati ma quando iniziamo a riconoscerli, non quando li possediamo ma quando finalmente li vediamo, così che, a forza di vedere meglio, qualcosa cambia, non fuori all’inizio ma dentro il modo in cui le cose prendono posto.

Da lì, lentamente, non si riscrive soltanto: si scolpisce, si forgia, si cesella, e lavorando la materia qualcosa nel mondo comincia a cedere, a riorganizzarsi, a diventare finalmente leggibile.

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