Il "making of ricardopiana.com"
Ricardopiana.com è nato per una ragione che non sta in una riga di “chi sono” né in una lista di cose fatte. È nato perché, a un certo punto, la somma dei frammenti non regge più: progetti, appunti, invenzioni, ironie, tentativi, fallimenti dignitosi, piccoli lampi che durano come fiammiferi e poi chiedono un posto dove non spegnersi subito.
Nasce quando ti accorgi che stai parlando con molte voci e che non vuoi ridurle a un solo tono per piacere al mercato, all’algoritmo, alla paura di essere frainteso. Nasce quando ti stufi di essere “profilo”, e vuoi tornare a essere “pagina”. Una pagina che non scorre via appena la tocchi, una pagina che non è una vetrina, ma una stanza. Ecco, prima di tutto: ricardopiana.com voleva essere una stanza abitabile, non un cartellone.
Un luogo dove il tempo non sia sempre in fuga, dove il pensiero possa arrivare in ritardo senza chiedere scusa.
La necessità è artistica prima che tecnica: è la necessità di un ritmo. I social ti insegnano a parlare in apnea, a dire tutto prima che il pubblico sbadigli, a spezzare la frase in tocchi rapidi come se stessi lanciando briciole ai piccioni. Ma l’arte, anche quando è fatta di tecnologia, ha bisogno di un respiro diverso: un respiro che non si misura in impression ma in risonanza.
Ci sono parole che non vogliono essere “engaging”, vogliono essere vere. Ci sono idee che si offendono se le chiudi in un carosello. Ci sono esperienze che, se le impacchetti in una headline da consulente, perdono dignità e diventano merchandising dell’anima.
Il sito nasce per difendere questa cosa semplice e quasi scandalosa: che si possa scrivere e costruire senza gridare.
Eppure, per dire bene cosa è ricardopiana.com, bisogna cominciare da ciò che non è. Non è un portfolio, anche se contiene tracce di lavoro e di opere. Non è un curriculum travestito da racconto, anche se una biografia è inevitabile, come la polvere sui mobili. Non è una landing con il coltello tra i denti e il form in agguato dietro la tenda. Non è un blog “di nicchia” perché l’idea di nicchia, nel web, spesso è solo una gabbia elegante: ti ci metti dentro da solo, poi chiudi e dici “posizionamento”.
Non è un luogo dove ogni pagina deve avere una call to action, come se l’essere umano avesse bisogno di essere spinto per fare qualsiasi cosa, persino pensare. Non è, soprattutto, una dichiarazione di guerra al mondo. Non voleva diventare un monumento a se stesso, che è la cosa più facile: basta scrivere in tono definitivo, usare parole grosse, mettere una foto in cui sembri sempre un po’ più sicuro di quanto sei davvero. Invece no. Qui l’idea era opposta: lasciare spazio al dubbio, e farlo stare comodo.
Per costruire uno spazio del genere serve una mappa. Non una mappa geografica, ma una mappa morale: dove mettere le cose senza farle diventare confusione, e senza obbligarle a diventare “brand”. La soluzione è arrivata in forma di quattro parole, semplici e scomode perché non sono etichette editoriali, sono stati dell’essere: Systems, Story, Play, Products.
Non sono cassetti in cui infilare articoli, sono come quattro porte di una stessa casa. Se entri da una o dall’altra, trovi la stessa persona, ma la trovi in una postura diversa.
Story è la porta dell’origine, del contesto, della carne. È dove le cose si raccontano perché sono accadute, perché hanno lasciato segni, perché una vita non è un elenco ma una traiettoria.
Systems è la porta della struttura, del metodo, delle architetture invisibili: il modo in cui si organizza un progetto, un team, un pensiero, un’idea che vuole diventare qualcosa di stabile.
Play è la porta dell’esplorazione, della deviazione, della curiosità che non ha ancora un contratto con il mondo: la sperimentazione, il rischio controllato, l’intuizione che non chiede permesso.
Products è la porta dell’oggetto che puoi prendere in mano, usare, adottare: non necessariamente vendere, ma rendere disponibile, trasferibile, replicabile.
Quattro parole che ti impediscono di fare la cosa più comune: mescolare tutto in un’unica zuppa tiepida, dove ogni contenuto ha la stessa faccia e la stessa “voce di marca”. Qui no. Qui ogni cosa deve dichiarare in quale stato si trova. Se è racconto, che non finga di essere metodo. Se è metodo, che non si travesta da poesia. Se è gioco, che non si giustifichi come strategia. Se è prodotto, che non si nasconda dietro l’alibi dell’arte.
Questa scelta ha un effetto collaterale bellissimo: ti obbliga a rispettare il tempo. Perché ogni sezione vive con un metabolismo diverso. Story non ha fretta: può restare lì, immobile, come una fotografia che non invecchia. Systems pretende lentezza e revisione: non puoi parlare di strutture se non hai attraversato il fango. Play invece è rapido, scattante: nasce e muore, a volte lascia solo un appunto, una traccia di laboratorio, una risata. Products richiede maturazione: non puoi chiamare “prodotto” una cosa che è ancora un’idea con le ruote sgonfie.
Quindi ricardopiana.com, già nella sua architettura, rifiuta il tempo unico del feed. Non ti chiede di pubblicare ogni giorno. Ti chiede di pubblicare quando hai qualcosa che regge.
Il rapporto col tempo, qui, è quasi una piccola rivolta. La rete ti chiede continuità, come se la continuità fosse un valore in sé, e non una conseguenza della qualità. Ma la continuità, spesso, è solo ansia vestita da disciplina. Ricardopiana.com nasce da un patto diverso: accettare l’incompiuto come fase legittima, accettare che una sezione cresca più di un’altra, accettare che alcuni testi siano corti come un biglietto, altri lunghi come una passeggiata in salita. E soprattutto accettare che la rilettura sia più importante della reazione immediata.
Che un contenuto, qui, non debba “performare” ma debba restare. Restare significa: essere ancora valido tra un anno, tra due, quando lo riapri e non ti vergogni.
A questo punto entra la tecnica, ma entra come un buon tecnico di teatro: deve lavorare tanto e farsi vedere poco. La scelta di usare Ghost, per esempio, non è un culto del “nuovo CMS” né un gioco da smanettoni. È una scelta di infrastruttura: scrivere e pubblicare con un sistema pulito, veloce, gestibile, che ti permetta di curare i contenuti e l’editoria senza trasformarti nel manutentore della tua stessa voce. Ghost è stato, in questo senso, un pezzo di scenografia solida: ti consente di avere un sito leggibile, performante, con un buon controllo su temi, tag, struttura, e con la possibilità di far convivere scrittura e distribuzione senza impazzire. Ma la tecnica resta sotto, perché l’ambizione del sito non è mostrare la ferramenta. L’ambizione è che la ferramenta regga il peso della casa.
E qui c’è una cosa importante: la tecnica non è solo efficienza, è rispetto. Performance, accessibilità, SEO, non come growth hack ma come educazione. Se fai un sito che è tutto immagine e niente testo, stai dicendo a una parte del mondo: “tu non entri”. Se non curi i testi alternativi, la struttura semantica, la leggibilità, stai costruendo un bel palco con le scale rotte.
Il sito, quindi, ha dovuto fare pace con un concetto semplice: la bellezza non può essere un ostacolo. Deve essere un invito. Anche l’architettura dei tag e delle sezioni nasce da questo: aiutare chi legge a orientarsi, non a perdersi. Che è una differenza sottile, perché perdersi a volte è affascinante, ma solo se hai scelto tu di farlo, non se ti ci hanno spinto.
La scrittura, poi, ha richiesto una decisione quasi musicale. Non volevo frasi da manuale, né l’aria da predicatore. Volevo una prosa che potesse essere colta e ironica senza diventare elitista, che potesse usare immagini senza diventare fumosa, che potesse permettersi la precisione tecnica quando serve, ma non trasformarsi in una conferenza travestita.
Qui, inevitabilmente, entrano le influenze: ho vissuto a lungo a Bologna, ho fatto il poeta, non posso non pensare a Roversi per la densità morale, per la capacità di far vibrare il pensiero come materia, per quel modo di stare dentro le cose senza renderle slogan; né a Benni per l’ironia, per la deformazione grottesca che salva dalla solennità, per quel gesto laterale che ti fa vedere il mondo di traverso e quindi meglio. Ma “influenza” non significa imitazione. L’influenza è come un vento: lo senti nei rami, ma l’albero resta il tuo.
Scrivere per ricardopiana.com significa anche rifiutare l’estetica dell’istruzione rapida. Non è un sito “educational” nel senso di tutorial. È un sito che condivide pensiero applicato, esperienza distillata, e spesso lascia domande aperte. Questo è importante: oggi si pubblica tanto, ma si domanda poco. I contenuti sono pieni di certezze, perché le certezze vendono. Ma un luogo serio, anche se gioca, deve saper dire “non lo so” senza sentirsi sconfitto. La cultura del feed ti spinge a essere sempre definitivo; il sito ti permette di essere onesto. E l’onestà, in rete, è una tecnologia più rara di qualsiasi LLM.
Poi c’è la questione: a chi parla questo posto? Qui conviene essere spietati, perché i siti che vogliono parlare a tutti finiscono per parlare a nessuno, e diventano arredamento digitale. Ricardopiana.com non è pensato per chi cerca scorciatoie, per chi vuole “cinque trucchi per”, per chi vive di template psicologici e di ottimizzazioni emotive. Non è per chi misura tutto in conversioni e considera tempo perso tutto ciò che non produce un numero.
È per chi ha a che fare con complessità, con lavoro vero, con sistemi che devono reggere, con creatività che non vuole diventare una maschera. È per chi sente che la velocità non è un valore, è un sintomo. È per chi cerca direzione, non rumore.
Ed è qui che il sito diventa “prodotto” in un senso particolare. Non nel senso commerciale, ma nel senso di oggetto editoriale costruito con intenzione. Un prodotto minimo, sì: pagine, parole, struttura, un modo di orientare. Un prodotto che non si vende come un aspirapolvere, ma che produce valore perché esiste e perché è leggibile. Un prodotto che, se funziona, non ti fa cliccare di più: ti fa pensare meglio. Che è un obiettivo terribile da mettere in un KPI, e infatti non va messo. Va vissuto.
Se in futuro alcune parti di questo sito diventeranno davvero prodotti adottabili, bene. Alcuni contenuti potranno trasformarsi in sistemi condivisibili, in strumenti, in servizi, in cose che altri possono usare senza dover passare dalla tua storia personale. Ma non tutto deve trasformarsi. Alcune cose resteranno tracce, appunti, mappe parziali. E va bene così. L’ossessione contemporanea è trasformare tutto in asset: ogni pensiero deve essere monetizzabile, ogni pagina deve essere una leva. Qui invece c’è l’idea più sobria e più radicale: che una parte della produzione umana abbia diritto di non essere convertita. Che esista perché esiste. Come un taccuino, ma con la porta aperta.
Questo, in fondo, è il making of: non la cronaca dei plugin e dei template, non il dietro le quinte da fiera, non la “storia di successo” con la colonna sonora motivazionale. È il racconto di una necessità: rimettere al centro la scrittura e la costruzione come atti di cura. Fare un sito, oggi, è un gesto contro-intuitivo, quasi anacronistico, perché la rete ti spinge a dissolverti in piattaforme altrui.
Fare un sito è dire: qui c’è una casa, e se vuoi entrare, entra senza fretta. Non ti prendo per il collo. Non ti vendo la luna. Ti offro una stanza, una mappa, un po’ di luce, e anche qualche ombra, perché senza ombra la luce diventa pubblicità.
E quindi sì: ricardopiana.com ha una ragione. Non una ragione unica, ma una ragione composta, come certe macchine complesse che funzionano perché ogni pezzo accetta di non essere protagonista. È un centro di gravità, un archivio vivo, una stanza, una mappa morale.
È un posto dove le cose possono essere Story senza fingere di essere Systems, possono essere Play senza doversi giustificare, possono diventare Products senza tradire l’origine.
E se questo sito avrà un futuro, sarà un futuro lento, che cresce a strati, come le città vere, non come i rendering. Un futuro in cui la tecnica continuerà a fare il suo lavoro sotto, silenziosa, e l’arte continuerà a fare il suo lavoro sopra: mettere ordine nel caos senza togliere al caos la sua energia. Perché, alla fine, l’unica cosa che vale davvero la pena di costruire online è un luogo che assomigli un po’ a te, ma che sia anche abbastanza libero da ospitare gli altri.