Il germe del melograno
Dopo il furore viene il deposito. Dopo la corsa, il silenzio che resta addosso. Il germe del melograno arriva così, nel 2007, come il secondo tempo di una traiettoria cinematografica che non aveva più bisogno di dimostrare nulla, ma che chiedeva ancora rigore, ascolto, fedeltà. Non era più il cinema dell’urgenza giovanile, ma quello della responsabilità dello sguardo. Un cinema che sa che ogni taglio pesa, che ogni scelta toglie qualcosa per lasciare emergere altro.
Il film di Silvana Strocchi, Il germe del melograno, è una pellicola che vive di stratificazioni, di simboli che non cercano spiegazioni immediate, di una narrazione che procede per allusioni più che per affermazioni. Montarlo significò entrare in un tempo diverso rispetto agli anni precedenti: un tempo più lento, più riflessivo, dove il lavoro non era spingere l’immagine verso l’esterno, ma accompagnarla finché trovava la propria forma. Il montaggio, qui, non era più un gesto di lotta, ma un atto di cura.
Di questo film è rimasto poco online, quasi nulla. Nessuna circolazione facile, nessuna memoria algoritmica. Solo frammenti, come spesso accade alle opere che non hanno mai voluto essere rumorose. Tra questi, una scena: la morte del Pittore Beccarini. Un momento che resiste come un’isola, non perché sia “emblematica”, ma perché contiene in sé il tono dell’intero film. La fine come passaggio, non come chiusura. L’immagine che si ritira invece di esplodere. La pittura che diventa corpo, e il corpo che accetta di farsi silenzio.
Una scena de "Il germe del melograno" Silvana Strocchi, 2007ArtistArtAAa
Riguardare oggi quella scena significa misurare la distanza tra due epoche della vita e dello sguardo. Nel 2000 il cinema era ancora una combustione continua, un atto totale. Nel 2007 era diventato una pratica più consapevole, forse più fragile, ma anche più profonda. Non c’era meno passione, c’era meno bisogno di dimostrarla. Il montaggio, in questo contesto, non cercava di farsi notare: lavorava perché il film potesse respirare, perché ogni immagine avesse il tempo di esistere prima di essere sostituita.
Il germe del melograno resta così: un’opera che non ha lasciato molte tracce visibili, ma che ha inciso profondamente nel modo di intendere il cinema come lavoro silenzioso, come mestiere che accetta l’ombra. Un film che non chiede di essere riscoperto per nostalgia, ma per coerenza. Perché ci ricorda che non tutto ciò che conta deve restare facilmente reperibile, e che alcune immagini continuano a vivere proprio perché non sono state consumate. Come certi frutti chiusi, che portano dentro molti semi, e non hanno fretta di aprirsi.