Automatizzare con l'amore necessario
Wardrome è nato italiano, molti anni fa, quando era ancora un browsergame e l’universo si poteva permettere accenti, inflessioni, e quella certa teatralità mediterranea che non chiede permesso. Poi è diventato inglese, perché quando decidi di uscire dal cortile devi imparare a parlare la lingua della strada più lunga. Questa volta ho scelto di partire direttamente in inglese, sia per il sito sia per il gioco. Non per tradire le origini, ma per coerenza strategica: se costruisci una flotta interstellare, non puoi pensare in dialetto.
Poi ho guardato i numeri. Migliaia di visitatori dalla Cina. Un’Italia che continua a leggere, silenziosa ma presente. Non era una questione romantica, era una questione di responsabilità. Se qualcuno arriva fin qui, attraversa mezzo pianeta digitale per leggere quello che scrivi, il minimo che puoi fare è non costringerlo a tradursi da solo. È spirito di servizio. Così è nata la versione italiana, quasi come un ritorno a casa, e poi quella cinese, come un ponte lanciato verso est.
Ghost, però, non è multilingua. Non davvero. Può fingere di esserlo, ma non nasce per quello. E allora ho dovuto fare due cose. La prima è stata rifare il tema. Non una modifica cosmetica, non una toppa. Ho insegnato al sito che il mondo non parla una sola lingua. Ho tradotto le parti statiche dell’interfaccia, ho aggiunto uno switch della lingua, ho creato indici separati per ciascuna versione, ho imposto regole di routing come /it/, ho inserito filtri su tag e ricerca perché un lettore italiano non si trovasse improvvisamente catapultato in mezzo all’inglese. È stato complesso, perché ogni dettaglio dell’interfaccia presuppone un mondo monolingue. Bisogna smontarlo con pazienza e ricostruirlo senza farlo crollare.
La seconda parte è stata più silenziosa e più meccanica: l’automazione. Ho costruito un sistema esterno che lavora solo tramite le API di Ghost. Non tocca il core, non lo sporca. È un cron notturno, per ora. Quando tutti dormono, lui passa in rassegna gli articoli inglesi, verifica se esiste già la versione con tag it o zh, e se non esiste la crea. Traduce il contenuto, traduce i title, le meta description, perfino gli alt delle immagini. Traduce i link interni sfruttando una cosa semplice ma decisiva: gli slug parlanti. Se l’inglese è about, l’italiano è it-about, il cinese zh-about. Così la sostituzione è deterministica, non serve un database di mapping, non serve magia nera. È architettura pulita.
Nel processo vengono generati anche gli hreflang, incluso l’x-default, e vengono iniettati nel campo dedicato del post. Ogni articolo sa chi sono i suoi fratelli nelle altre lingue. Canonical e relazioni sono coerenti. Google non segnala duplicazioni, non sembra irritato. I risultati veri arriveranno con il tempo, ma almeno l’impianto è corretto.
Per la traduzione uso un prompt complesso e disciplinato. Dentro ci sono i termini dell’ambientazione, le parole che non devono essere banalizzate, la Wardrome Technocracy, la coerenza del tono. Il modello è gpt-4o-mini, sufficiente, rispettoso, abbastanza sobrio da non trasformare tutto in retorica. Funziona bene. Eppure, quando si tratta dei pezzi letterari, delle parti più narrative dell’ambientazione, intervengo io. Soprattutto in italiano. Non perché l’AI sbagli clamorosamente, ma perché l’epica ha un ritmo che non può essere delegato completamente. L’automazione assiste, non sostituisce. La flotta parte, ma qualcuno deve ancora controllare la rotta.
Il cinese è semplificato. La punteggiatura viene adattata dal modello, e il tema ha retto senza problemi tipografici. Non ho ancora fatto ottimizzazioni specifiche per Baidu; per ora mi interessa che chi arriva possa leggere senza attrito. La newsletter resta in inglese. Ha criticità tecniche che richiedono un altro livello di intervento, e non escludo di affrontarle. Ma ogni cosa a suo tempo.
In fondo non ho costruito un impero multilingua, non ho implementato una feature da roadmap per impressionare qualcuno. Ho automatizzato un processo, con l’amore necessario. Ho preso qualcosa che poteva essere fatto a mano, con fatica e rischio di incoerenza, e l’ho reso sistematico senza renderlo freddo. Ho messo l’AI al servizio della cura, non della velocità. Perché tradurre un universo non significa moltiplicarlo. Significa fare in modo che resti se stesso anche quando cambia lingua, come una nave che attraversa galassie diverse ma continua a riconoscersi nel proprio nome.
Puoi vedere il risultato sul blog di wardrome: https://wardrome.com